Cronaca di Frosinone

Martedì 27 Novembre 2001
Il paradosso del Lazio: è stata l’unica regione a raddoppiare il numero dei donatori, ma i pazienti si rivolgono alle strutture del Nord
Cuore, tante donazioni e pochi trapianti
Umberto I e Gemelli fermi, bisturi in azione solo al San Camillo e al Bambino Gesù

di MARCO GIOVANNELLI

Sempre più donazioni ma pochi trapianti di cuore. Il Lazio, regione cerniera tra il nord e sud d’Italia, fatica e non poco a trovare un posto di eccellenza nella cardiochirurgia nazionale. Al Policlinico Agostino Gemelli aspettano l’autorizzazione ministeriale per aprire le camere operatorie, al Bambino Gesù si occupano naturalmente di pazienti fino a 18 anni. I cardiochirurghi del policlinico Umberto primo sperano di ritornare all’attività a dicembre dopo un blocco di quasi due anni. E così rimane sono il San Camillo-Forlanini dove però la sezione trapianti cardiaci è operativa solo dal luglio scorso.
«Nel Lazio stiamo vivendo un paradosso», spiega Francesco Musumeci, direttore del dipartimento di cardiologia dell’ospedale di Monteverde. «C’è un buon lavoro sul fronte delle donazioni ma non altrettanta pubblicità sull’offerta degli ospedali romani. Manca la cultura del trapianto penalizzata in passato dalla carenza cronica di organi che ha spinto tanti pazienti a rivolgersi soprattutto nei centri dell’Italia settentrionale». Il cardiochirurgo sostiene la sua tesi con le cifre: «Il 2001 chiuderà per noi con oltre 1.100 interventi sul cuore, abbiamo effettuato da luglio quattro trapianti dei quali uno ad un paziente siciliano e l’altro umbro. Moltissimi malati provengono da fuori regione segno che la nostra professionalità è riconosciuta di buon livello. E così potrei dire anche delle altre unità della città. Ma sono proprio i romani che vanno altrove e non credo per mancanza di fiducia nei nostri confronti. Un incremento di strutture non risolverebbe il problema, serve un cambio culturale». Intanto al San Camillo, venerdì prossimo, verrà inaugurata una nuova unità di terapia intensiva cardiologica.
«Il valore della cardiochirurgia romana è elevato - spiega Carlo Casciani, primario chirurgo del Sant’Eugenio e coordinatore regionale per i trapianti - e le strutture, là dove ci sono, sono di ottimo livello. Sono però poche e dopo un boom delle attività negli anni passati, abbiamo registrato un forte rallentamento soprattutto da quando l’Umberto primo ha sospeso l’attività per i gravi problemi strutturali del policlinico». E pensare che proprio in quelle sale operatorie universitarie avvenne nel gennaio dell’86 il primo trapianto pediatrico di cuore d’Italia. All’Umberto primo il programma di trapianti dovrebbe riprendere il mese prossimo. Michele Toscano (direttore dell'istituto di chirurgia del cuore e dei grossi vasi), intanto replica polemico a Benedetto Marino, primario della prima di divisione di cardiochirurgia. «Denuncia che non facciamo trapianti e intanto se ne va al Sant’Andrea. Siamo pronti a riprendere l’attività: una sala operatoria per i trapianti sarà pronta a dicembre».
A parte c’è il Bambino Gesù che si occupa di trapianti pediatrici. «Dal febbraio dell’86 abbiamo effettuato 122 trapianti toracici, questi 96 hanno interessato il cuore - spiega Francesco Parisi, coordinatore del centro trapianti dell’ospedale pediatrico -. Purtroppo la mortalità complessiva è del 35 per cento perché i nostri piccoli pazienti hanno maggiori fattori di rischio e le donazioni sono poche. Negli ultimi mesi abbiamo più organi ma bisogna fare di più e anche in queste ore stiamo lavorando a un progetto di formazione professionali per i medici rianimatori che si occupano di bambini».
Il Lazio si appresta però ad entrare nell’olimpo dell’eccellenza per quanto riguarda le donazioni grazie all’opera del centro regionale di coordinamento. Nel 2001 è stata l’unica regione che ha raddoppiato il numero di donatori. «Un risultato ottenuto con la collaborazione e la sensibilità dei medici che in ogni ospedale partecipano al programma dei trapianti - spiega Maurizio Valeri, uno dei medici del centro di coordinamento regionale -. Queste persone sono fondamentali sia per garantire tutti gli aspetti tecnici che avviare il dialogo con i familiari dei pazienti possibili donatori». «Non bisogna però farsi spaventare dalle liste d’attesa - aggiunge Mariano Feccia del San Camillo - perché sono tante le variabili e quindi i tempi sono imprevedibili».