Lunedì 17 Febbraio 2003
All’impiegato ex “sesto livello” aumenti attorno ai 103
Per difendere i salari, sacrificati i premi di amministrazione

di PIETRO PIOVANI

ROMA — Per i dipendenti pubblici il rinnovo dei contratti, scaduti da oltre un anno, sembra vicino. Mercoledì riparte la trattativa per il primo comparto, quello dei ministeri. Quando sarà chiuso, l’accordo servirà da modello per tutti gli altri: la scuola, i vigili del fuoco, il parastato, gli enti locali, la sanità, l’università, gli enti di ricerca. L’intesa non dovrebbe essere troppo difficile, anche se non mancano gli scogli da superare soprattutto sulla parte normativa (a cominciare dall’orario di lavoro, visto il decreto del governo sulle 40 ore). Per la parte economica, i soldi a disposizione sono quelli stabiliti con la legge Finanziaria. E allora che cosa rimane da trattare? Primo, si dovrà stabilire quale parte delle risorse va effettivamente destinata al salario base e quale invece va distribuita con i contratti integrativi. Secondo, si devono fare meglio i calcoli (che nel pubblico impiego non sono mai una cosa semplice) per capire, con le risorse a disposizione, quanto spetterà davvero a ciascun impiegato pubblico.
Se tutto andrà bene, la firma arriverà nell’arco di qualche giorno o tutt’al più di qualche settimana. Dopo di che per i dipendenti ci sarà una doppia piacevole sorpresa in busta paga: l’aumento mensile lordo; e una sostanziosa una tantum che comprenderà (come sempre in questi casi) gli arretrati, cioè gli aumenti maturati in questo anno e passa di vacanza contrattuale.
L’una tantum. Anche se il conteggio è inevitabilmente approssimativo, si può già calcolare a quanto più o meno ammonteranno gli arretrati. Considerando le risorse stanziate con le due ultime leggi finanziarie, il ministeriale medio dovrebbe ricevere una cifra superiore ai 750 euro lordi. Il bonus ovviamente sarà erogato con il primo stipendio post-rinnovo contrattuale. Ed è chiaro che ogni mese di ritardo nell’entrata in vigore del contratto significherà un incremento dell’una tantum: se il contratto slitta di un mese, agli arretrati si aggiunge una mensilità di aumento cioè (sempre per lo statale medio) un centinaio di euro.
Gli aumenti mensili. Come si diceva, l’entità degli aumenti è già definita. Restano solo da fare gli ultimi calcoli e gli ultimi giochi contabili, comunque alla busta paga media di un ministeriale il rinnovo dovrebbe portare 102-103 euro mensili lordi, cui al massimo potrebbe aggiungersi qualche altro spicciolo nel corso della trattativa. Per le altre categorie di dipendenti pubblici l’aumento sarà ovviamente diverso, essendo diversa la retribuzione media di partenza: negli enti locali la somma sarà leggermente inferiore ai 100 euro, nel parastato dovrebbe essere di almeno 126 euro, per i dirigenti medici più di 260 euro. Discorso particolarmente complicato per il personale della scuola. Dove le risorse sarebbero abbondanti ma per utilizzarle ci vuole il via libera del Tesoro, che non arriva (è in corso un insistito braccio di ferro tra la Moratti e Tremonti).
I contratti integrativi. Sono una delle grandi novità introdotte negli anni novanta nella pubblica amministrazione italiana. Ogni ufficio ha a disposizione un gruzzolo da usare come crede, per premiare i più bravi, per favorire una riorganizzazione del lavoro, per incentivare il personale nel modo più adatto a ogni singola realtà. Le difficoltà economiche incontrate dal governo hanno però portato a sacrificare i contratti integrativi. Per difendere i salari dall’inflazione senza peggiorare i conti dello Stato, si è preferito spostare sul reddito fisso le risorse già previste per gli integrativi del 2002. L’Aran (l’agenzia che negozia il contratto nazionale per conto del governo) e i sindacati avranno mano libera nel decidere come utilizzare quei soldi, che in totale possono far aumentare gli stipendi dello 0,5%. Anche il sottosegretario alla Funzione pubblica Learco Saporito invita le parti a destinare «più soldi al recupero dell’inflazione, meno alla produttività».